Quando la libertà cambia forma 🦔
Il delicato equilibrio dei ricci disabili e dei rilasci protetti
Ci sono storie di ricci che finiscono nel modo più bello possibile: vengono trovati in difficoltà, curati, rimessi in forma e infine liberati in natura. È il finale che tutti speriamo. Li si osserva, si aspetta il momento giusto e poi si apre il recinto: il riccio torna libero, selvatico, esattamente dove dovrebbe essere.
Ma non sempre la storia finisce così.
A volte il riccio sopravvive, e già questo sembra un piccolo miracolo, ma qualcosa cambia per sempre. Un trauma importante, un incidente, una ferita gravissima da decespugliatore, un morso, un avvelenamento o un forte colpo alla testa possono lasciare conseguenze permanenti. Alcuni ricci diventano neurologici, altri non riescono più a muoversi bene, altri ancora non sarebbero più in grado di procurarsi il cibo o difendersi dai pericoli della natura.
Sono quelli che con molta delicatezza chiamiamo ricci disabili.
Ed è qui che nasce il vero dilemma etico.
Chi mi conosce sa che questo è un tema a cui sono molto sensibile. Forse anche perché faccio l’infermiera e mi trovo spesso a riflettere sulla qualità della vita. Ho sempre pensato una cosa: non voglio aggiungere anni alla vita, ma vita agli anni.
E questo pensiero torna spesso quando si parla di animali selvatici.
Perché un riccio è fatto per essere libero. Per camminare chilometri durante la notte, scegliere la propria tana, annusare il terreno, esplorare giardini e boschi, vivere secondo i suoi ritmi. Pensare di tenere per sempre un animale così dentro una gabbia, anche con tutte le cure possibili, personalmente mi mette tristezza. Soprattutto quando quel danno è stato causato proprio dall’uomo: un decespugliatore usato senza controllare, un’auto, un veleno, una distrazione.
Negli ultimi anni si è iniziato a cercare una risposta diversa, più rispettosa della natura del riccio: il rilascio protetto.
Persone molto generose mettono a disposizione i loro giardini affinché questi animali possano vivere una vita dignitosa in sicurezza. Non si parla di piccole gabbie o recinti minuscoli, ma di grandi spazi verdi e protetti dove il riccio può continuare a fare il riccio: camminare, cercare insetti, dormire dove preferisce, seguire i propri ritmi, annusare il prato e vivere all’aria aperta.
Una libertà diversa, forse. Ma pur sempre libertà.
A Lugano siamo stati davvero molto fortunati perché è stato trovato un luogo straordinario. Un giardino enorme, un vero paradiso verde, perfettamente recintato e sicuro. Un posto così bello che quando l’ho visto ho pensato: se proprio un riccio non può più vivere completamente libero, almeno qui può vivere bene.
Ed è proprio lì che, grazie alla collaborazione con l’Associazione Amici del Riccio Ticino, è nato un progetto speciale dedicato ai ricci con disabilità permanenti. Un progetto pensato per offrire una vita dignitosa a quelle polpette spinose che, purtroppo, non sarebbero più in grado di sopravvivere da sole in natura, ma che meritano comunque spazio, rispetto e qualità di vita.
Per ora sono già stati accolti sette ricci speciali: Gina, Maya, Foxi, Triccia, Enea, Luna e Nico. Ognuno con una storia difficile alle spalle. Ognuno sopravvissuto a qualcosa di enorme. Ognuno con fragilità diverse. E di loro vi parlerò più avanti, perché meritano spazio e meritano di essere conosciuti.
Ma c’è un’altra cosa che mi ha profondamente colpita di questo progetto: la sensibilità delle persone coinvolte.
Ho avuto il piacere di parlare con la persona che ha deciso di mettere a disposizione questo luogo meraviglioso e con il suo staff di giardinieri. Persone di una gentilezza rara, attente, sensibili, profondamente rispettose della natura. Quelle persone che non si fermano a dire “che peccato”, ma scelgono concretamente di fare qualcosa.
E questo, credetemi, commuove.
L’etica in questi casi rimane sempre sul tavolo. Non esistono risposte perfette e ogni situazione va valutata con attenzione dagli esperti. Ci si confronta, si osserva il riccio, si cerca di capire davvero quale possa essere la scelta migliore.
Però una cosa questo progetto me l’ha insegnata.
Che forse, a volte, la libertà non sparisce. Cambia forma.
E vedere un riccio fragile camminare ancora nell’erba, annusare il vento e vivere con dignità… forse è già una piccola vittoria 🦔💚





